OLIO: ORGOGLIO E PREGIUDIZIO. COSÌ SI DIMENTICA UNA MERAVIGLIOSA RACCOLTA

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pubblicato su: saperefood.it

La faccia dell’olivicoltore o del frantoiano è la prima garanzia di qualità. Dopo un anno di astinenza, causa mosca, l’inchiesta di Torino pone l’attenzione in negativo su tutto il comparto
Dopo un anno di astinenza siamo finalmente nel bel mezzo della raccolta delle olive. Ovunque ci sia una pianta di olivo si vedono operai, cassette, teli e scuotitori. Non c’è frantoio che non abbia aperto le porte a olivicoltori e curiosi in cerca di olio nuovo. Si parla di varietà, di stagione favorevole, di rese, di profumi, di amaro e piccante. Quella malefica mosca l’avevamo quasi dimenticata restituendo alla pianta di olivo quel posto nel nostro cuore che sempre aveva avuto. Finalmente quello sconto che chiedevamo per un chilo di olio non lo invochiamo più. Poco ma buono e pagato il prezzo giusto.
Ma chi ce lo garantisce oltre il nostro naso che sia veramente di qualità?Sicuramente la faccia dell’olivicoltore o del frantoiano prima di aspettare i necessari tempi tecnici per un bollino che certifichi nome, cognome e indirizzo. Per sicurezza forse è meglio fare due chiacchiere con chi è in fila insieme a noi in attesa di mettere alla prova i nostri sensi. L’argomento più trattato: “Ma sarà tutta oliva di qua?”. Comunque vada, siamo fortunati. Viviamo tra oliveti, a poche centinaia di metri da qualche frantoio, magari possediamo l’olivetino di famiglia da più generazioni o almeno un amico sarà così gentile da offrircene una bottiglia.
Peggio va a chi vive in una grande città e l’olio più vicino lo trova solo nel supermercato. Peggio va a chi non ha la possibilità di assaggiarlo prima di comprarlo, a chi sceglie il prezzo basso, a chi si lascia annebbiare dall’aspetto velato tutto l’anno, a chi ancora chiede agli esperti di olio quale sia la nota marca di cui ci si può fidare. Avevamo dimenticato che famosi marchi dal nome italiano già da alcuni anni non sono più italiani. Avevamo dimenticato scandali e sequestri.
A ricordarcelo in questi giorni, la notizia dell’accusa di frode in commercio che la procura di Torino ha mosso a note industrie dell’olio, e che ci colpisce sempre come fosse la prima volta. Eppure quegli oli da decenni sono sempre lì, uguali, con il loro sottocosto giornaliero, sempre sul trespolo dei prodotti civetta. Siamo talmente assetati di giustizia che chi fa il suo normale lavoro di controllore diventa per noi un eroe a cui consegnare una medaglia.
Con una vecchissima normativa che regola tutt’oggi la classificazione degli oli, si definisce olio d’oliva una miscela di oli rettificati con una piccolissima quantità di olio vergine o extravergine. Personalmente mai vista una definizione più ingannevole. Per non dimenticare, gli extravergini dovrebbero essere, invece, gli oli di una categoria quasi perfetta nei valori chimici e organolettici e i vergini quelli in cui si tollera qualche difetto. Mentre il risultato ad oggi è che i vergini sono completamente scomparsi dal mercato, come passati di moda, facendo assurgere ad extravergini quasi tutto l’olio commestibile. E ora ci meravigliamo dell’inchiesta sugli extravergini, quando in realtà la domanda di mercato supera di gran lunga l’offerta?
Da anni si sequestrano migliaia di chili di olio, pari solo a qualche misera tonnellata rispetto alla produzione totale, di cui non si fanno nomi per rispettare la privacy. In quest’ultima occasione, sono state elencate le aziende sotto indagine, e viene il dubbio che si tratti di informazione a orologeria. Non c’era tempo di aspettare la sentenza definitiva: la raccolta volge al termine.
Eppure, in uno stato civile si fanno controlli, si condannano i colpevoli, si comunica il fatto solo quando si è sicuri che sia accaduto. Non si riempiono pagine di giornali soltanto per richiamare negativamente l’attenzione su tutto un comparto che con grande fatica cerca di mantenersi in vita, attraverso il duro lavoro di tanti agricoltori e anche di tante industrie confezionatrici serie, che contribuiscono a tenere alto l’imprescindibile Pil.
Non si rischia, come in questo caso, che chi ne paghi realmente le conseguenze siano tutti i produttori, creando quella confusione che induce soltanto a non fidarsi. In tutto questo, l’unica cosa che mi appare chiara è che la strada per l’eliminazione dei panel di assaggio sia quasi completamente asfaltata. A molti non piacciono, dicono che non sono affidabili, che scambiano profumi per puzze, che l’olio si giudica esclusivamente attraverso un numero indefinito di analisi chimiche attraverso strumenti che non falliscono mai.
Ma la scena in questi giorni non avrebbe dovuto essere soltanto delle aziende olivicole alle prese con una meravigliosa raccolta in Italia, in Spagna e in tutti quei luoghi dove si fa una corretta olivicoltura?

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