Olio di palma: paure infondate

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pubblicato su: lindro.it

L’olio di palma è un grasso vegetale usato nella preparazione di dolci, contenuto specialmente nelle merende già confezionate. Sembra che sia diventata una moda intavolare discussioni sull’olio di palma, nonostante sia presente da molto tempo nell’industria italiana. Sono diversi gli interessi economici dietro a questo prodotto poiché l’era della globalizzazione comincia a far sentire il suo peso economico sul mercato italiano. 
L’economia è spesso dettata dalle convenienze finanziarie delle industrie, proponendo soluzioni opportune e discreti guadagni
. Sono diverse le discussioni tra gli esperti, spesso con pareri discordanti, lasciando da parte l’interesse dei consumatori: sapere se è un buon alimento per la salute. Per il bene del Paese e dei cittadini.
Se un’alimentazione sana sicuramente allunga la vita non è detto che un unico cibo possa lentamente uccidere. Sembra che dopo anni di silenzio”, commenta Angela Canale, agronomo e capo panel dell’Assoprol Umbria, “ora tutti si siano accorti che l’olio di palma faccia male alla salute, anzi malissimo. Tra tutti i grassi forse è il meno caro e quello più inodore ma è ricco di grassi saturi, che sicuramente non fanno proprio bene. Se usassimo l’accortezza di leggere le etichette ci renderemmo conto che l’olio di palma è presente in moltissimi cibi confezionati, soprattutto da pasticceria e non c’è patatina che non si sia fatta una nuotatina per raggiungere la giusta croccantezza. Comprendo chi, avendo redditi bassi, è sempre alla ricerca di cibi a basso costo ma non capisco come alcune grandi e famose marche usino dispendiosi mulini con macine in pietra per produrre farine di grani antichi, mentre risparmia su pochissimi grammi di grassi, i quali creerebbero quel tanto ricercato valore aggiunto se fossero scelti tra l’elenco dei nutraceutici. Ma a parte questo penso che il più grande male debba attribuirsi all’albero della palma, non come pianta, quanto come coltura che va a sostituirsi a essenze vegetali che popolano ambienti naturali, dove equilibri, originatisi nel corso di ere geologiche, vengono in pochi mesi alterati da uomini travestiti da multinazionali, che usano il potere del denaro per impossessarsi di spazi terrestri e lavoro umano a costi bassissimi. Sotto questo profilo la coltivazione della palma non mi sembra sia una buona coltura, pur essendo una bellissima pianta. Quello che non si origina naturalmente generalmente porta a squilibri, devastando intere aree e in questo caso parliamo di centinaia di migliaia di ettari. Quando ci immaginavamo globalizzati non avevamo forse colto questa riorganizzazione di mercato e delle foreste. Pensavamo che nessuno avrebbe mai fatto attentati al polmone del mondo per togliere ossigeno anche a se stessi. Evidentemente così non è stato”.

Con Giordano Masini, proprietario di un’azienda agricola nell’alto Viterbese, esperto di economia e politica agricola nonché di scienze dell’alimentazione, cerchiamo di conoscere le proprietà organolettiche dell’olio di palma, al fine di comprendere in maniera più approfondita le peculiarità del prodotto.

Come è ricavato e susseguentemente raffinato l’olio di palma? Quale processo chimico subisce?

L’olio di palma si ricava dalla spremitura del frutto delle palme da olio, quindi viene separato dalle impurità tramite raffinazione. Dal momento che è solido o semisolido a temperatura ambiente, può essere riportato allo stato liquido mediante frazionamento – l’olio usato, ad esempio, per le fritture – mentre invece per i prodotti da forno e per l’industria alimentare viene preferito allo stato solido, come il burro, per capirsi.

C’è una certificazione di sostenibilità. Su quali basi scientifiche è realizzata?

Non ce ne è solo una. Esiste ad esempio il Rspo (roundtable of sustainable palm oil) del cui board fa parte anche il WWF e che riunisce molte imprese della filiera. I governi dei Paesi produttori implementano anche altri tipi di certificazione come il Mspo (Malaysian Sustainable Palm Oil) malese, sulla base dei parametri della certificazione ISO.

Perché l’olio di palma conviene alle multinazionali?

L’olio di palma conviene a chi sceglie di usarlo per innumerevoli ragioni, non sono solo le multinazionali. Si va dalle popolazioni di vastissime aree del pianeta, per le quali l’olio di palma è da sempre uno dei fondamenti della dieta di tutti i giorni, fino all’industria del cibo che ha trovato nell’olio di palma l’opportunità di smettere di usare le margarine ricavate da oli vegetali attraverso un processo detto “idrogenazione”, che le rende ricche di grassi idrogenati. Sia l’Europa sia gli Stati Uniti hanno promosso attivamente l’uso di prodotti privi di grassi idrogenati, dopo che la ricerca medica li aveva messi in stretta relazione con alcune malattie cardiovascolari; l’olio di palma ha rappresentato l’alternativa più accessibile.

Che indirizzo politico ed economico riesce a dare il governo italiano? Quanto può influenzare?

I governi non possono (o non dovrebbero) intervenire sul commercio internazionale, ponendo ostacoli all’importazione di qualsiasi prodotto, a meno che quel prodotto non rappresenti un pericolo per la salute dei consumatori. E’ per questo motivo che oggi le campagne protezionistiche, come questa sull’olio di palma, si affidano a messaggi sanitari allarmistici, benché completamente infondati.

L’olio di palma provoca danni ai consumatori? E’ meglio del grasso vegetale?

L’idea che l’olio di palma faccia male alla salute nasce dal fatto che è un grasso saturo, quindi un prodotto che non dovrebbe essere consumato in eccesso. Ma anche il burro è un grasso saturo, verso il quale nessuno lancia campagne allarmistiche. Anzi, molti sostengono che l’olio di palma dovrebbe essere sostituito proprio dal burro. Un’idea che non ha alcun senso dal punto di vista medico e nutrizionale. Semplificando all’osso, l’olio di palma contiene meno grassi saturi del burro (che è un grasso di origine animale) ma più degli altri oli vegetali. Ma le margarine ricavate dagli oli vegetali sono piene di grassi idrogenati (o acidi grassi trans) di cui l’olio di palma è privo.

Quanto è influenzato il mercato globale su questa trasformazione alimentare?

Ogni volta che una materia prima si pone all’attenzione del mercato globale, questo porta con sé delle conseguenze, ad esempio sui prezzi delle materie prime concorrenti e sulla loro appetibilità. E’ un fenomeno piuttosto normale che non dovrebbe allarmare nessuno.

Chi decide quale alimento deve essere introdotto nella società italiana? C’è un responsabile a cui fanno riferimento determinate scelte? Esistono criteri specifici usati dalle strutture burocratiche che controllano il mercato alimentare?

E’ finita l’epoca del protezionismo commerciale, viviamo in un mercato aperto e globalizzato dei cui vantaggi stiamo beneficiando tutti a piene mani. In più, facciamo parte di un mercato comune, per cui le regole sui prodotti che entrano in Italia sono le stesse che valgono per il resto d’Europa, ed è in sede europea che si stabiliscono i criteri da rispettare. Pensare di aggirare queste norme a livello nazionale è inutile e controproducente, anche se i nostalgici dei dazi e delle tariffe fanno sentire la loro voce.

Quali interessi economici si nascondono dietro a questi drastici mutamenti delle abitudini alimentari?

Siamo un pianeta con sette miliardi di bocche da sfamare. Sono queste persone, una per una e poi collettivamente, a provocare mutamenti nelle abitudini alimentari. Il fatto che oggi il pianeta riesca a nutrire sei miliardi di persone più di quanto non facesse 50 anni fa, e che l’aspettativa di vita media si sia allungata in tutti i Paesi del mondo, dimostra che nel complesso non sono stati cambiamenti negativi.

Le conseguenze subite dall’ambiente a danno della popolazione? L’ecosistema può avere pesanti ripercussioni negative?

Le palme da olio sono enormemente più produttive delle alternative. Un ettaro di palme produce sette volte più olio di un ettaro di girasole. Quindi un litro di olio di palma è (almeno) sette volte più sostenibile di un litro di olio di girasole, se consideriamo la terra coltivabile necessaria a produrlo. A questo dobbiamo aggiungere che si tratta di una coltura arborea: laddove, come in Indonesia e Malesia, i palmeti sostituiscono porzioni di foresta, dobbiamo sempre affermare che anche le palme sono alberi, quindi di un tipo di coltura dall’impatto molto più basso di altri tipi di coltivazioni. Bisogna sempre guardare le situazioni in prospettiva e, prima di dare un giudizio definitivo su un prodotto, pensare a quali sarebbero le alternative, compreso il loro impatto ambientale. Sono le stesse certificazioni di cui abbiamo parlato prima a dimostrare che anche quella dell’olio di palma può essere una produzione sostenibile.

La politica italiana potrebbe adottare un periodo sperimentale, prima di decidere definitivamente sulla scelta di introdurre nuovi prodotti alimentari?

A parte che non potrebbe essere la politica italiana a decidere ma l’Europa, questa sarebbe una pretesa davvero assurda: chi deciderebbe la durata di questo periodo di quarantena e in base a quali criteri? Se un prodotto non provoca danni alla salute, ed esiste la letteratura scientifica per stabilire se un prodotto è nocivo o meno, non c’è alcuna ragione per tenerlo lontano dai consumatori. E la storia delle politiche commerciali insegna che quello che fai agli altri prima o poi verrà fatto a te: impossibile pensare di limitare le importazioni di prodotti stranieri, senza che i nostri prodotti finiscano per subire un trattamento simile all’estero, per ritorsione.

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2 commenti

  1. 5 luglio 2015    

    questo signor masini non mi convince proprio! i suoi argomenti possono essere corretti, ma insufficienti. per esempio quando si parla di raffinazione è corretto domandarsi per quale motivo non si informa il consumatore quali prodotti chimici intervengono nel processo. masini dirà che non fanno male alla salute. ma io che acquisto il prodotto voglio sapere, e ne ho tutto il diritto, oltre da chi è stato fatto e dove, anche come è stato fatto e quali “correttivi” sono stati introdotti nel corso della manipolazione delle materie prime. perchè il regolamento europeo obbliga i produttori di olio dalle olive di scrivere in etichetta “ottenuto direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici” e non si applica la stessa chiarezza per le confezioni di olio di semi, per esempio scrivendo “ottenuto in altoforno con aggiunta di esano, solvente chimico velenoso per gli uomini e gli animali”. auguri angela.

  2. Angela Canale Angela Canale
    16 luglio 2015    

    Caro Giampaolo, troppe cose non prevedono i regolamenti europei e troppe inutili vengono imposte. Rimango ancora più stupita da pareri scientifici che un giorno ci danno un prodotto come nutraceutico e il giorno dopo lo criminalizzano, o viceversa! Di tutto questo il nostro amato olio extravergine di oliva ne è vittima quotidianamente.
    Dubito comunque che l’Europa faccia qualche regolamento a favore della chiarezza e della salvaguardia della salute delle persone a meno che non ci siano interessi particolari.

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